Diario ruvido - Nirvana a bassa risoluzione

Ci sediamo al "Tao" di fianco a una coppia chiaramente in crisi. 
Lei: bellissima quarantenne di Berlino. 
Lui: frustrato impiegato di banca. 
Che poi lui si è presentato come "direttore generale della terza banca d'Italia", poi man mano che il sushi assorbiva l'alcool è sceso a vicedirettore, consigliere in carriera, direttore di filiale, impiegato. 
E credo che se l'avessi lasciato parlare sarebbe precipitato ancora. 
Invidio la mia morosa, sento che lei e la donna stanno parlando di musica e Nirvana. 
A me tocca lui. 
S'incazza perché rivuole la lira. Annuisco sgranocchiando il mio tempura misto. 
S'incazza perché qui in Italia non si riesce a fare impresa. Annuisco versondami un altro goccio. 
E avanti così, con un treno merci di frasi fatte da deragliare per troppo carico. 
Quando sente la parola "Nirvana" prende a canticchiare "Come as you are", le uniche tre note dell'unica canzone che conosce, piccola scialuppa di salvataggio sopra l'oceano di mediocrità in cui sguazza. 
Sono a terra. 
Ma il colpo supremo deve ancora arrivare. "Finito di mangiare siete invitati a casa nostra. Ci guardiamo Juventus-Benfica, ho dell'ottimo vino".
E' troppo. 
Mi dà indirizzo, nome e telefono. Vuole assicurarsi che abbia capito bene. 
Gli garantisco che ci andremo. "Ci vediamo tra poco!". 
Certo. 
Mi piace immagirarlo sulla poltrona, davanti a uno squallido zero a zero, mentre ci aspetta col bicchiere in mano e il frizzantino che si sgasa. La moglie di là che fa la valigia. 
Rimane solo, ad aspettarci tutta la notte. "Come as you are", continua a mugugnare. Verso molto poco profetico, a pensarci bene.

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