Diario ruvido - L'ometto dei copechi



Basso, stempiato. Nota una moneta da 2 centesimi sul pavimento. E' lì da mesi, in mezzo allo sporco. 
Ricordo anche la provenienza: momento di delirio della Giò, quando fece esplodere il suo portamonete. 
"La gente semina monete e io le raccolgo", dice l'ometto. 
Lo guardo. 
Mi guarda. 
"Faccio come quel russo durante la guerra fredda. Iniziò a roccogliere copechi negli anni '50 per stabilire un record". 
Lo guardo. 
Mi guarda. 
Penso di dover dire qualcosa, sembra avere questa storia interessantissima da portare avanti e il mio ruolo è quello di fargliela raccontare. 
"E quanti ne raccolse?", chiedo fintamente incuriosito. 
"Boh, non lo so". 
Lo guardo. 
Mi guarda. 
Il silenzio si protrae per lunghi, interminabili minuti.

Secondo scambio ravvicinato con l'ometto dei copechi. 
"Mia madre è gravemente malata". 
Rompe il silenzio così, senza che io gli avessi chiesto nulla. 
"Mi dispiace". Non saprei cos'altro dire. 
"Il problema è che richiede cure costanti, una persona che stia con lei!". 
Il punto esclamativo non rende: su questa frase si infervora, si incazza. Continua. 
"Ci siamo io e mia sorella, ma mi sorella non può starle sempre accanto". 
Sembra tornato calmo. 
"E tu non riesci a dedicarle un po' di tempo?" domando nella mia innocente ignoranza. Torna a incazzarsi di brutto. 
"IO? IO STO SCRIVENDO UN LIBRO CHE CAMBIERA' QUESTO PIANETA, IO NON POSSO STARE DIETRO A MIA MADRE CAPISCI?" 
Non rispondo, ho paura che ogni altra considerazione potrebbe definitivamente rivoltarlo contro di me. Mi limito a osservare quest'omino tarchiatello che cambierà il mondo. Visto il mio silenzio continua. 
"E' UN CAPOLAVORO DI TALE PORTATA CHE IL MONDO NON SARA' PIU' COME PRIMA! E DOVREI ACCUDIRE MIA MADRE?" 
"No, non dovresti". 
E poi gli dico: "C'è un pacchetto di patatine di là". 
Ho davanti a me colui che cambierà le sorti del pianeta, forse ricorderà il mio atto di generosità. 
"Approfitto", dice e sparisce di là, croccando di gusto.

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