Diario ruvido - Inverno di legno (inedito del 2011)

Da bambino pensavo che i laboratori dei grandi scienziati occupassero cantine, scantinati e soffitte. Questo perché mio nonno aveva riempito il garage di attrezzi, alambicchi, solventi, bulloni, cavi e cacciaviti.
La casa dei nonni era la porta d'accesso verso la scienza. Sopra c'era il salotto. C'era un tappeto, due divani, un televisore tutto legno e niente schermo, un tavolo pesantissimo, un candelabro. Sotto, la scienza.
La pericolosa scaletta che portava al garage era la breccia tra il mondo antico e il futuro: laggiù si svolgeva il progresso della chimica, della fisica e di tutte quelle scienze di cui non conoscevo nemmeno il nome.

Primo” passava intere giornate in garage, e io con lui. Se ne stava là, immerso in un caos così assoluto da suscitare rispetto. Solo lui conosceva l'esatta ubicazione di ogni attrezzo. Solo lui poteva muoversi con destrezza nell'inquietante groviglio di taniche, tubi e ferraglie che non concedeva nemmeno lo spazio per l'aria.
Sembrava che fosse esploso un composto, proiettando casualmente ogni oggetto contro gli altri, fino a formare una ragnatela di macchine dentro cui il nonno possedeva le movenze del ragno.
La nonna tuonava.
- Metti a posto la cantina o non cucino niente!

La voce era potente, lo sguardo correva altrove, non concedeva risposta.
Il regno di lei erano i fiori. Aurora governava agli antipodi del marito, là dove era tutto ordine e perfezione. Ogni foglia, ogni petalo o cespuglio cresceva tra cure maniacali. I colori del giardino non avevano nulla da invidiare agli accostamenti dei quadri astratti: ogni pianta era lì nell'unico punto dove poteva stare. Muovere un solo vaso avrebbe significato rompere l'equilibrio del tutto, vanificando la posizione del radicchio e quella dei gerani.
Io stavo col nonno. Ero affascinato dal suo disordine primitivo. Mi terrorizzava l'idea che un giorno, scendendo in garage, avrei trovato tutto a posto.
Certe volte la nonna se ne usciva con frasi da infarto.
- Basta, io butto via tutto!

Colpi difficili da assorbire. Anche la perdita di una piccolissima vite sarebbe stata un trauma per me, perché là dentro c'era la scienza incomprensibile del nonno ed ogni cosa prima o poi sarebbe servita.
Primo la placava dicendo che sì, aveva iniziato a riordinare, che i cacciaviti erano già tutti nel cassetto. Ma io sapevo che mentiva. Io conoscevo il suo disordine, la nonna no. Aurora non si azzardava nemmeno ad entrarci nel garage. Guardava tutto da fuori, quando era aperto, o dalle scale. Non poteva sapere che i cacciaviti erano ancora fuori posto e anche volendo era impossibile metterli tutti così distanti l'uno dall'altro.

Lui saldava, colorava, bruciava.
Tutto il paese gli portava le cose rotte. Lui le aggiustava. Televisori, stufe, lavatrici, frigoriferi, tutto. Primo ridava la vita a ciò che era morto. Miracolosamente. Così tutti lo adoravano. Lui non chiedeva mai nulla in cambio. Aggiustare lo divertiva, lo faceva sentire utile, importante. Di tutta Molino solo mia nonna aveva qualcosa da ridire.
- Fatti pagare.
- Per una lavatrice? 
- Per tutte le lavatrici. In città devono pagare per queste cose. Però qua ci sei tu e allora se ne approfittano. 

Mio nonno, che aveva guidato un'intera squadra di aviazione durante la guerra, abbassava la testa perché si può far fronte ad ogni nemico, ma non alla minaccia di saltare un pasto.
Prometteva, giurava che la prossima volta avrebbe chiesto qualcosa, ma poi non se la sentiva perché lo terrorizzava l'idea che non gli portassero più niente. La guerra ricominciava, la nonna minacciava di far piazza pulita di tutti quei “zavagli”, ma poi desisteva perché anche lei, in fondo, si avvaleva dei servizi del nonno.
Tutto quello che c'era in casa l'aveva fatto lui. L'impianto elettrico, l'impianto idraulico, il cancello. Le guerre civili venivano oscurate agli estranei da una bellissima siepe. E proprio quella siepe era il perfetto connubio tra il lavoro di lui, il recinto, e quello di lei, la pianta.

Il fatto che il nonno sapesse far tutto non significa che lo facesse seguendo le regole del mondo esterno. Primo non rispettava alcuna norma di sicurezza. In casa c'erano fili scoperti ovunque, prese di corrente sotto la doccia, assi pericolanti e trappole elettriche per i topi.
Io stesso rischiavo gli occhi e le dita quando lo osservavo lavorare. Mi lasciava avvicinare alla sega circolare mentre tagliava grossi tronchi di traverso, mi teneva accanto all'onda di scintille quando saldava pezzi di ferro, mi dava in mano lame e chiodi, mi permetteva di avviare la falciatrice.

Era un inverno freddissimo e trascorrevo le vacanze di Natale dai nonni. Primo mi costruì una slitta. Rossa, aerodinamica, con pattini metallici talmente lisci e appuntiti da permettere velocità impossibili per gli altri ragazzini.
Appena me la mostrò volli subito provarla, saltando dall'eccitazione. Fuori la neve si era indurita col sole gelido del mattino e tutto il paese era avvolto da un ghiaccio azzurro che arrivava fin sopra i tetti.
Il nonno mi portò in cima a una collinetta che scendeva sulla strada principale come la lingua di un ghiacciaio. La prima discesa fu memorabile. Andai giù così forte che dovevo stringere gli occhi per non rimanere abbagliato dalla velocità, mentre il vento mi soffocava il respiro nel cuore. Arrivai fino al mucchio di neve a bordo della strada, ma la slitta non si fermò: ne fece un trampolino e volò fin sulla carreggiata, atterrandomi a pochi centimetri da una jeep che dovette inchiodare di colpo.
Festeggiai col nonno e andai a vantarmi con gli altri bambini.
La magia che mi salvava da ogni pericolo si rompeva non appena le invenzioni del nonno passavano in altre mani. Il figlio dei vicini volle provare la slitta e nella prima discesa si tagliò una coscia con un chiodo che veniva fuori dal sedile e che inspiegabilmente non mi aveva mai forato nemmeno i pantaloni. Urlò alla vista del sangue e andò a correre dalla mamma. Lei protestò con mia nonna e quella sera il nonno non cenò.

Passavano le stagioni e il nonno restava sempre giovane. Invecchiò di colpo nell'arco di un anno, morendo d'inverno.
Mia madre mi disse di andare in paese per vedere se nel garage ci fosse qualcosa che mi interessava. Aveva chiesto a un tale di far sparire tutta quella roba ed era la mia ultima occasione per salvare qualche ricordo.
Fosse stato per me avrei tenuto tutto. In quel garage c'era un mondo. Quello era il luogo che mi aveva appassionato ai misteri della scienza. Lì tornavano in vita le cose, come nel laboratorio di Frankenstein.
Per anni il disordine di Primo era sopravvissuto ai rimproveri della nonna. Ora bastava una parola di mia madre perché si perdesse tutto.

Quel giorno nevicava. Nevicava piano e sempre.
Temetti di uscire di strada già nei primi tornanti, misi le catene e penetrai nel bianco sporco del cielo.
La casa dei nonni era sepolta da un panno che rendeva irriconoscibile ogni forma del paese.
Era tanto che non andavo là. Prima non sopportai la malattia della nonna, poi quella del nonno. Volevo ricordare il maresciallo d'aviazione, l'uomo rispettato e stimato da tutti. La casa dei nonni non doveva esser luogo di malattia, ma di vacanze e di festa. Gli ultimi tempi dei nonni furono senza di me.

Ritrovai il garage nella stessa polvere e nello stesso disordine di sempre. Imparando la scienza del nonno avevo cominciato a ricordare dov'erano alcune chiavi inglesi, certi acidi, il trapano. Evidentemente aveva continuato a lavorare fino alla fine.
Andai su senza un'idea precisa di cosa tenere. La saldatrice. L'altoparlante, forse. L'altoparlante mi regalava tantissimi ricordi.
Andavo in macchina col nonno, con l'altoparlante montato sopra e lui che pubblicizzava le prossime sagre e le iniziative del comune. Ogni tanto concedeva anche a me di parlare nel microfono. Serate di ballo, mostre dei pittori locali, feste dei funghi. Si andava in giro per tutto il paese e anche nelle frazioni vicine.

Mentre ricordavo, fuori era caduto il cielo. Si era steso, bianco e perfetto su tutto il monte, nascondendolo al mondo. Non si udiva niente, se non l'urlo del freddo, una sola nota infinita.
Afferrai il compressore con cui Primo gonfiava le gomme della mia bicicletta. Ricordai le pedalate sui monti, i percorsi più impervi fin su al castello: per arrivarci ci voleva un'ora di salita e al ritorno si andava più veloci delle macchine. Arrivavo a casa stremato e la nonna mi preparava un frullato alla banana e poi lo faceva anche al nonno che se no si offendeva.
Spolverai la motosega che nelle estati faceva strage di tronchi. Primo disboscava dietro casa e io mi preoccupavo pensando che tirar giù quegli alberi lì significava soffocare altrettante persone, credendo che ognuno respirasse l'equivalente di ossigeno prodotto da un albero e che il numero di esseri umani nel mondo fosse uguale a quello di piante.

Notai la parte anteriore della slitta sbucare da sotto un mucchio di cassette per la frutta. La tirai fuori e fu grande lo stupore nel vedere che saldato sul seggiolino c'era un piccolo fantoccio di latta.
Non fu difficile identificarlo con me. Il nonno gli aveva rifatto i riccioli che avevo da bambino incollando sulla testa un po' di lana di vetro pitturata di giallo, mentre l'abito di stoffa grigia richiamava il mio assurdo colore preferito. Da bambino mi vestivo di grigio.
Il nonno l'aveva curato nei minimi dettagli, mettendogli ai piedi un paio di scarpe che erano mie per davvero e facendo le mani che si aprivano e si chiudevano muovendo una leva.

Portai la slitta fuori dal garage. Non nevicava più, ma l'aria era di neve come la terra e le siepi e le auto parcheggiate. Respirare era ingoiare la neve.
Andai in cima alla collinetta dove molti anni prima feci la prima discesa. Chissà se la slitta viaggiava ancora come allora.
Diedi una spolverata al piccolo me che il nonno aveva costruito. Lo guardai negli occhi che erano due biglie di vetro incollate col mastice. Gli ultimi tempi del nonno dovevano essere rimasti lì, imprigionati nel vetro di quegli occhi finti.
Diedi una spinta più forte che potevo, bisognava arrivare alla strada.
Ma quell'inverno pose fine alle illusioni. La slitta si fracassò contro il primo castagno.

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