Diario ruvido - Dopo la luna (inedito del 2012)

Ci sono volte in cui guardiamo la luna semplicemente perché ci sembra bella. Che siamo barboni, viaggiatori, innamorati o sovrani, la osserviamo qualche secondo e ci piace così com'è, perché è luminosa, perché è tonda, perché ci rischiara una notte speciale.
In quei rari momenti di poesia non ci interessa sapere cosa c'è dietro. Cosa c'è dietro la luna. Perché dietro c'è tutto l'universo, ci sono altri mondi, altre stelle, altre galassie e chissà quante cose affascinanti ci sono là dietro, ma cosa ci interessa? Forse, in fondo in fondo, c'è anche Dio. E la luna non è niente, non significa niente, ma siamo uomini e siamo romantici e questa notte siamo bambini che non vogliono sapere di più.

La ragazza di Sergio si chiama Luna. Nome bello, nome raro. Luna lo aspetta a casa questa sera. Sergio le ha promesso che sarebbe tornato presto. Alle dieci, alle undici al massimo. E poi una notte di passione sotto le lenzuola, questa è la promessa.
Sergio pensa a Luna mentre beve il primo spritz. Parla con gli amici, parla di Luna perché gli amici vogliono sapere. Un altro spritz e Luna è sempre nella sua testa. Al terzo spritz Luna comincia a scomparire, come la luna vera, quando è solo uno spicchio nel cielo.
Sergio si sgola la prima birra e qui la luna è scomparsa. Il cielo diventa scuro, senza stelle. Una notte senza luna, di quelle nere nere.
Seconda birra, terza birra. Sarebbe già ora di correre da lei, di gettarsi sotto le lenzuola e sdraiarsi sulla luna, come un astronauta in estasi mistica. Ma non c'è più nessuna luna nel cielo di Sergio, nessun punto di riferimento a guidare i viaggiatori. Così Sergio convince gli amici a cambiare locale.
Altro barista, altro bancone, altro giro di bevute. Si parte con gli amari. Uno, due, tre. In rapida sequenza, nelle tenebre umide e spettrali che avvolgono la terra.
Sergio barcolla, gira su se stesso come un marinaio in preda alla tormenta. La sua nave non punta alcuna meta, la chiglia va sott'acqua e lui beve, beve, affonda ancora. Via con i cocktails. Caipirinha, che nemmeno gli piace. Ma il senso del gusto se n'è andato tempo fa, un'altra stella scomparsa in questo cielo freddo e spento.
Una, due, tre Caipirinhe. Sergio è sul fondo, non solo non vede la luna, ma non vede nemmeno il cielo. Gli amici se ne vanno, cercando la direzione delle macchine, tanti marinai senza più stelle a guidare la rotta.
Sergio cerca la sua Polo verde targata Reggio che non sarebbe difficile trovare, se solo si vedesse qualcosa in questa notte di tempesta. L'ha parcheggiata al solito posto, lì dove la mette sempre, ma ci mette almeno un'ora a ritrovare la strada, in attesa di quel barlume di luna che finalmente ritorna a schiarire il cielo.
Guida sbandando da tutte le parti e non sa nemmeno lui come riesce ad arrivare a casa, ma alla fine è lì, davanti al portone. Sono le quattro. Suona una volta, due volte, tre volte. Finalmente Luna risponde. Lo sente parlare con quella voce biascicata di chi arriva da un altro pianeta. Lei si arrabbia, gli ricorda la promessa, dice che non lo farà entrare, ma alla fine cede e lui è dentro. Vedendolo sconvolto si rifiuta di prenderselo nel letto e lo lascia sul divano, come ha imparato a fare dai film.

E' quasi l'alba quando Sergio riacquista coscienza di sé. Realizza di trovarsi sul divano e si rende conto di aver offeso la sua luna. Ne ha visto il lato oscuro.
E adesso che fare? Bussare alla sua porta, supplicare un posto letto?
Sergio è uno scrittore e decide di fare l'unica cosa che è in grado di fare: scrivere. Accende il computer e l'idea è di scrivere una lettera, una bella lettera d'amore da stampare e far trovare sotto la porta dell'amata.
Ma le difficoltà cominciano già al momento di digitare la password di accensione. Le dita di Sergio fanno fatica ad obbedire agli ordini e bisogna concentrarsi tantissimo per schiacciare 1-2-3-4, la password.
Sergio capisce che non può scrivere in tali condizioni e sarebbe ridicolo lasciare a Luna una lettera piena di errori. Decide allora di usare un programma di scrittura che ha acquistato tempo fa. Reagisce alla voce. Tu detti e lui scrive. Non l'ha mai provato fino ad ora, pensando che dettare non è la stessa cosa di digitare e dettando non gli verrebbero fuori le stesse cose che pensa digitando.
Questa è l'occasione buona. Non c'è da inventarsi niente di sbalorditivo, basta buttar giù quelle frasi di rito che una donna pretende in questi casi. Cose che si possono dettare, cose come “mi dispiace” e “ho sbagliato”.
La faccenda però si rivela più complessa del previsto. L'alcol continua a lavorare nel cervello e Sergio non sa come cominciare la lettera. Pensa, pensa, pensa, e alla fine gli viene fuori l'unica frase che gli sembra sensata, vera, sincera.
Luna, io ti amo”. Ha pensato per dieci minuti e non gli è venuto in mente nient'altro. Luna, io ti amo. Questo dovrebbe essere un buon inizio.

Accidentalmente però, nel momento esatto in cui Sergio pronuncia la sua frase accade l'incredibile. L'alito che getta nel microfono è talmente alcolico da alterare la sensibilità del programma.
Le molecole dell'alcol ritoccano tutti i parametri informatici e per un istante il programma di dettatura vocale percepisce tutto ciò che viene detto nel mondo.
In quell'unico secondo in cui Sergio pronuncia il suo “Luna, io ti amo”, miliardi di persone sparse nel pianeta stanno dicendo frasi di qualunque genere.
Il più vicino al microfono è Sergio, perciò la prima frase che viene scritta è la sua. Ma dopo la sua compare la frase del vicino che insulta la sveglia. Stamattina doveva alzarsi prestissimo.
Luna, io ti amo. Taci cagna!”, questo è il seguito. Molti dormono ancora, ma un barbone sotto casa sta cantando in quel preciso secondo: “Quattro amici al bar”, dice.
Luna, io ti amo. Taci cagna! Quattro amici al bar”. Il file testuale va avanti così. Il programma resta acceso un solo secondo, per poi andare in tilt. Ma in quell'unico secondo il documento word si riempie di miliardi di miliardi di pagine. C'è tutto ciò che viene detto in un secondo di mondo, in tutte le lingue.
Non solo. L'alcol ha permesso al programma di captare tutte le frasi pronunciate in tutti i mondi alieni colonizzati dall'uomo in epoche passate. Ci sono pianeti distanti anni luce in cui la razza umana si è trasferita al culmine della precedente era tecnologica. Il computer di Sergio trascrive ciò che queste razze pseudo-umane hanno detto miliardi di anni fa, il tempo necessario perché le frequenze della loro voce raggiungessero la Terra.
E così via, fino ai confini della galassia e dello spazio. Al di là di tutto, all'origine di tutto, il programmino di Sergio traduce nientemeno che la voce di Dio. Ed essendo Dio fuori dal cosmo è una voce talmente lontana che risale all'origine dell'universo. In fondo al file di scrittura, dopo miliardi di miliardi di pagine, c'è l'istante in cui Dio decretò la nascita di tutto.
Il programma comprato al supermercato sotto casa ha rapito un secondo che racchiude tutta la storia dell'umanità e del cosmo.
Ma tutto questo Sergio non lo saprà mai. Comincia a leggere, ma alla terza pagina abbandona per noia.

Luna, io ti amo, l'universo viene dopo.

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